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Impresa, lavoro e ambiente. È l’ora delle scelte. Serve buon senso e chiarezza


TARANTO – “Tutti sanno che l’obiettivo della neutralità carbonica al 2050 è irraggiungibile, ma nessun politico ha il coraggio di dirlo perché teme di passare per negazionista. Bisogna trovare il modo di dare coraggio ai politici europei affinché, senza negare l’obiettivo di dare un contributo alla decarbonizzazione che è un obiettivo mondiale, riescano a farlo senza far diventare l’Europa la principale nemica di famiglie e imprese”.

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È il messaggio che Tony Blair, nei giorni scorsi, ha lanciato dalle pagine del Corriere della Sera scandalizzando i sostenitori del mainstream e del pensiero unico in tema di decarbonizzazione.

Il nodo è tutto qui: occorre un cambiamento di paradigma e di visione.

Acciaio, chimica, farmaceutica, carta, cemento, vetro, fonderie, sono i settori dell’industria di base indispensabili per l’autonomia strategica europea e per la sopravvivenza delle filiere manifatturiere a valle; sono a rischio di delocalizzazione o di chiusura per le norme europee sull’ambiente, che non hanno eguali in nessuna altra parte del mondo.

Sono a rischio decine di milioni di posti di lavoro. Tra i casi emblematici c’è quello dell’acciaio e dei suoi legami con l’industria dell’automobile e della difesa. La norma europea, nata per cercare di bilanciare gli effetti perversi della tassa carbonica sulla competitività, elimina le quote gratuite di CO2 accordate fino ad oggi alle industrie di base per le quali, la natura intrinseca dei processi industriali, rende molto difficile o impossibile l’abbattimento delle CO2.

Il 60% dell’acciaio europeo è ancora prodotto con gli altiforni, che se perdono le quote gratuite di CO2 dovranno chiudere, con gravi conseguenze sociali dirette e con un approfondimento ulteriore della crisi dell’industria dell’automobile del nostro continente; infatti, il cosiddetto profondo stampaggio si fa solo con gli altiforni e, se questi si spengono, l’automotive europeo dovrà andare a comprare lamiere per le carrozzerie in Cina, Corea del Sud e Giappone, e cioè proprio dai suoi principali competitori sul mercato automobilistico.

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Sul Green Deal occorre riconoscere gli errori fatti, perché senza modifiche i processi di deindustrializzazione continueranno in maniera vorticosa e accelerata.

Il tema prevalente è quello della sopravvivenza dell’industria europea, della sua competitività e autonomia strategica. Un tema esistenziale per l’Europa, perché è l’industria, con la sua produzione di valore e con l’occupazione che esprime che consente il mantenimento del nostro modello sociale e di welfare di cui tutti, giustamente, portiamo vanto. È quindi un tema di tutti e non può diventare occasione di scontro politico e di campagna elettorale, come purtroppo colpevolmente avviene.

C’è chi, nella nostra Città, ha vinto le amministrative assicurando la chiusura dell’area a caldo. Una scelta legittima, che ha incontrato il consenso degli elettori.

Noi riformisti, abbiamo combattuto “la nostra buona battaglia”, con il coraggio della chiarezza di chi persegue la dignità del lavoro, oltre che la sostenibilità ambientale, sociale ed economica.

È stato spesso sottolineato che una fabbrica come quella di Taranto non può marciare senza l’area a caldo, poiché verrebbe a mancare il prelavorato costituito da bramme di acciaio da cui produrre i laminati piani. Va dunque, definitivamente ribadito che, nel caso d’inoperatività dell’area a caldo, la fabbrica non può più proseguire nel suo complesso.

Si può realizzare una fabbrica che continui a produrre acciaio rispettando l’ambiente e la salute? Si può tentare di superare la conflittualità sociale e il groviglio di vicende giudiziarie per evitare che Taranto e l’Italia perdano un asset importante del proprio tessuto produttivo ed economico?

Per molti anni i governi che hanno guidato il Paese non hanno sciolto il nodo giudiziario gordiano tra inquinamento e produzione dell’acciaio. Una sostanziale incoerenza che ha caratterizzato taluni ministri che in questi ultimi dieci anni che hanno preceduto il Governo Meloni, sono stati quasi ininterrottamente al Governo bloccando investimenti, lavoro, crescita economica e sviluppo del Mezzogiorno.

A questo proposito, nel Governo Draghi, il ministro della transizione Roberto Cingolani, a giugno 2021, si faceva interprete di una oggettiva difficoltà: “Ho un mandato specifico dalla Commissione Europea su settori come quello dell’Ilva. Io questo intervento lo voglio fare se ha senso farlo. Quindi è mio interesse tornare a bussare agli altri ministeri. Questa riflessione deve per forza avvenire, non è possibile che non avvenga. Io poi devo rendicontare alla Commissione europea se ho speso un miliardo su un forno di un’azienda su cui peseranno sentenze o altre decisioni”.

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Per molti, ancora oggi, i possibili esiti di questa drammatica situazione vengono vissuti come una battaglia terminale.

Per salvaguardare la cittadinanza, il management e l’intera fabbrica, occorre porsi seriamente il problema e uscire dagli equivoci. Se si deciderà di andare oltre e assicurare un futuro alla fabbrica, è bene che siano valutate attentamente le possibili alternative più sostenibili e realizzare nuovi assetti impiantistici data la strategicità della produzione di acciaio nell’interesse nazionale.

È difficile ma non impossibile traguardare un percorso breve alla luce dell’attuale stato di sperimentazione e di applicazione pratica dei molti provvedimenti strutturali e produttivi ipotizzabili e a fronte delle difficili condizioni di partenza. L’intero processo gestionale è un’esigenza indispensabile, irrinunciabile, inderogabile oltre che assolutamente refrattaria a voli pindarici.

Riteniamo che, se saranno impegnate adeguate risorse finanziarie (ammesso che ci siano) e manageriali e se si eviterà di modificare in corso d’opera gli obiettivi, si potranno contenere i tempi e, soprattutto, si vincerà la scommessa.

Nel corso del recente confronto svolto a Roma presso il Ministero delle Imprese e del Made in Italy, tutte le Organizzazioni Sindacali hanno sottolineato come l’introduzione dei forni DRI rappresenti un passaggio imprescindibile per dare reale consistenza al percorso di decarbonizzazione del polo industriale.

Oltre alla necessaria evoluzione tecnologica, il DRI rappresenterebbe un elemento strategico per garantire maggiore stabilità produttiva e, soprattutto, contenere il numero degli esuberi. Le organizzazioni sindacali hanno ribadito la necessità di garanzie occupazionali certe e vincolanti, chiedendo che il mantenimento dei livelli di impiego venga formalmente inserito nel futuro accordo di programma.

La transizione richiede neutralità tecnologica per affrontare la decarbonizzazione. A differenza di quanto purtroppo avvenuto nel passato, gli investimenti non possono essere frenati dagli estremisti del green. Senza gas non c’è transizione!

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Si sta giocando una partita fondamentale per consentire all’Italia di continuare a rivestire un ruolo cardine nella produzione di acciaio di alta qualità in Europa, che potrà valorizzare fortemente la filiera siderurgica che rappresenta una risorsa fondamentale per la manifattura italiana, che ambisce a rimanere la seconda in Europa.

Competitività del prodotto acciaio e sostenibilità ambientale acquistano sempre maggiore rilevanza per tutti gli stakeholder coinvolti nei processi industriali. Dobbiamo essere in grado di migliorare le nostre imprese, farle essere campioni di sostenibilità, capitalizzare su questi processi, su queste tecnologie e avremo così un driver di sviluppo per il paese con un potenziale di esportazione di tecnologia straordinario, essendo la domanda di queste competenze in continua crescita in Europa e nel mondo.

Snam sta collaborando per decarbonizzare il ciclo produttivo dell’acciaio grazie alla progressiva introduzione di gas rinnovabili come biometano e idrogeno. La partnership verte su 3 filoni di attività.

Il primo riguarderà la decarbonizzazione del processo produttivo del sito di Taranto, che è l’unica acciaieria a ciclo primario attiva in Italia. L’idea è quella di attuare un percorso di decarbonizzazione progressiva, passando dal gas naturale a quote sempre maggiori di gas rinnovabili, come biometano e poi idrogeno.

Il secondo pilastro della partnership è relativo, nello specifico, all’H2: in questo caso lo scopo è mettere a punto una progettualità di ampio respiro dedicata all’introduzione dell’idrogeno nell’acciaieria, che porti a sviluppare strutture per la distribuzione, il trasporto e lo stoccaggio funzionali all’approvvigionamento di questo combustibile da parte del sito industriale.

Infine, il terzo ambito è più legato alle attività di ricerca e sviluppo, che consentiranno a Snam e Acciaierie d’Italia di mettere a frutto le rispettive competenze nella gestione dei gas, e in particolare dell’idrogeno, e nella produzione di acciaio, sempre nell’ottica di una progressiva decarbonizzazione di questo comparto industriale.

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In questo contesto, i socialisti devono partecipare a pieno titolo alla salvezza di decine di milioni di posti di lavoro messi in pericolo dalle politiche europee degli ultimi anni, così come alla salvezza del modello sociale europeo con le sue tutele per i più deboli e il suo welfare, di cui proprio loro sono stati costruttori protagonisti.

Salvare l’industria europea, ridarle competitività e vigore, riportarla ad essere strategicamente autonoma, proteggere i suoi lavoratori, deve essere un obiettivo comune e partecipare a questa battaglia che oggi rappresenta la battaglia esistenziale dell’Europa.

Se non lo facessimo, vorrebbe dire che abbiamo perso l’anima e l’insegnamento dei padri riformisti del socialismo europeo, che del realismo e del pragmatismo hanno sempre fatto la loro stella polare.

Se si vuole garantire i livelli occupazionali, un settore strategico per il paese e il processo di transizione tecnologica dell’acciaieria di Taranto, è necessario che lo si assuma con adeguata chiarezza, ma soprattutto con la forza del buon senso.





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